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Come tutelare i bambini nel rapporto con i media? La Carta di Treviso

Quante volte sfogliando un giornale o seguendo un programma in TV ci siamo sentiti urtati dalle notizie o dalle immagini che vedono il mondo dell'infanzia coinvolto in drammatiche vicende alla ribalta dei mezzi di comunicazione? Non ultime, le immagini di bambini coinvolti nel recente terremoto dell’Emilia Romagna (maggio 2012) o quelle relative ai recenti casi di cronaca. Bambini e adolescenti sono spesso protagonisti di notizie da prima pagina. Ma televisione, radio, giornali ed internet dimostrano sensibilità nel trattare queste notizie? Rispettano i diritti fondamentali dei bambini?

La Carta di Treviso ha avuto il merito di porre per la prima volta una serie di regole a tutela della personalità del bambino e dell’adolescente volte a proteggerlo dall’eccessiva invadenza da parte dei media. 
 
Sottoscritta nel 1990 dalla Federazione Nazionale della Stampa e dall’Ordine dei giornalisti su iniziativa di Telefono Azzurro, integrata con il Vademecum nel 1995 ed aggiornata nel 2006 ha indubbiamente assolto ad un compito fondamentale, contribuendo a far maturare nel nostro Paese la consapevolezza che i bambini e gli adolescenti non debbono subire intromissioni nella propria vita privata che possano comprometterne il processo di maturazione e crescita. 
I documenti successivi (quali la Carta dei doveri del giornalista, la legge sulla privacy, il codice deontologico dei giornalisti) ne hanno riconosciuto e indubbiamente rafforzato il ruolo e l’importanza. 
 
Oggi, il rapporto tra i media e il mondo dell’infanzia si è fatto ancora più complesso e le modalità di trasmissione dell’informazione sono in continua evoluzione: Internet è diventato, per bambini ed adolescenti, il principale strumento di comunicazione e di acquisizione di informazione. Le nuove generazioni sono sempre più padrone delle nuove tecnologie e ne fanno un uso sempre più ampio e sempre meno controllato dagli adulti. Di qui, la decisione di aggiornare la Carta di Treviso, ampliando la sua portata anche al giornalismo on-line, multimediale e alle altre forme di comunicazione giornalistica che utilizzino strumenti tecnologici. 
 
In occasione dei 20 anni dalla sottoscrizione della Carta di Treviso, Telefono Azzurro ha altresì partecipato, insieme al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti e alla Federazione Nazionale della stampa italiana, al Convegno con la Provincia di Treviso per riflettere sul delicato tema e fare il punto su quanto è stato fatto e quanto ancora si rende necessario.
 

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Si può sviluppare una dipendenza dai media?

Oltre alla questione relativa al contenuto violento/traumatico, occorre por¬si alcune domande in merito alla quantità di tempo trascorso di fron¬te alla tv o ad Internet. 

Sebbene la televisione, Internet e i videogames facciano ormai parte della nostra quotidianità, un uso ec¬cessivo di questi strumenti tecnolo¬gici può causare una vera e propria dipendenza: un uso “non equilibra¬to” può infatti mettere a rischio, oltre alla salute psico-fisica, le rela¬zioni familiari e sociali, soprattutto per bambini e adolescenti, la cui personalità e le cui connessioni cerebrali si stanno ancora sviluppando. 
 
Proprio queste forme di “dipendenza” legate ai new media, intese come disturbi comportamentali dovuti ad uso eccessivo di questi mezzi, sono in aumento:
nell’Indagine conoscitiva sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia 2012 quasi la metà degli oltre 1000 adolescenti partecipanti ha affermato di non riuscire qualche volta a staccarsi da Internet pur essendoselo ripromesso. Il dato ci fa capire come il web eserciti un potere attrattivo davvero forte sugli adolescenti italiani: quasi 1 su 10 (7,2%) degli adolescenti non riesce a staccarsi quasi mai, così come il 14,5% (quasi 1 adolescente su 6) ha affermato di non essere spesso in grado di spegnere il pc nonostante se lo sia posto come obiettivo.
 
Come capire se il proprio figlio/a sta sviluppando una dipendenza dalla rete?
Sono diversi i comportamenti che possono essere monitorati. Occorre in particolare avere un dialogo aperto con il proprio figlio/a, volto a comprendere se:
  • ha bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per essere soddisfatto;
  • dimostra di avere un calo di interesse per le attività svolte offline (studiare, giocare, uscire con gli amici);
  • sviluppa forme di ansia, depressione o di agitazione quando non riesce ad essere connesso/a;
  • necessita di avere più tempo per stare online e con maggiore frequenza rispetto ad altri periodi;
  • non riesce a staccarsi dalla rete anche quando se lo era prefissato;
  • continua a stare connesso nonostante la consapevolezza che questo può comportare (o sta comportando) problemi fisici (difficoltà di prendere sonno alla sera, dolori articolari…), sociali (diminuzione del tempo dedicato alle amicizie), scolastici (diminuzione del rendimento scolastico per scarsità di tempo dedicato allo studio); psicologici (ansia quando non connesso/a o aggressività verso chi gli impedisce di stare connesso).
 
 

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Ma se mio figlio vede scene violente o traumatiche in tv o su Internet?

 Un problema particolarmente attuale riguarda la presenza di contenuti inadeguati per bambini e adolescenti (soprattutto violenti o traumatici) nei media.

Studiosi ed esperti della salute mentale in Europa e negli Stati Uniti da alcuni anni sono sempre più attenti alle conseguenze della visione di eventi particolarmente drammatici attraverso il mezzo televisivo, nello specifico di immagini relative a rapimento di bambini e adolescenti, omicidi, disastri naturali, attentati terroristici o guerre. 
 
L’attacco terroristico al World Trade Center del 2001 e il conflitto in Iraq del 2003 hanno raggiunto le case di milioni di famiglie in tutto il mondo. Chiunque le abbia viste, di fronte allo schermo televisivo o su Internet, ha provato sentimenti di orrore, paura, impotenza, preoccupazione. Gli studi condotti a partire dal 2001 sull’esposizione ad eventi traumatici attraverso i media hanno contribuito ad evidenziare come il video, purtroppo, non protegga: immagini, suoni e commenti, se continuamente riproposti, hanno il potere di influenzare profondamente un individuo nei pensieri, nelle emozioni, nei comportamenti (Caffo e Forresi, 2002).
In particolare è emerso come anche un’esposizione indiretta – ovvero attraverso un media - ad un evento traumatico possa incidere sul benessere psichico di adulti e bambini (Pynoos, Steinberg, Piacentini, 1999; Saigh, 1991), arrivando a costituire un fattori di rischio per lo sviluppo di una sintomatologia di rilevanza clinica (ad esempio, il Disturbo Post-Traumatico da Stress).
 
I mass media hanno un’importante responsabilità nell’informare ed aggiornare il proprio pubblico, responsabilità che è ancor più grande quando i temi sono quelli della scomparsa di altri bambini/adolescenti, della guerra e del terrorismo. Se è vero che il giornalista ha il dovere di informare ed aiutare le persone a comprendere quanto accade nel mondo, lo è altrettanto che nello svolgimento del proprio lavoro debba essere sensibile ai bisogni e ai diritti dei bambini e degli adolescenti (definiti nella Carta di Treviso). Quando si parla di bambini e adolescenti quali “soggetti televisivi” non si fa riferimento solo a quelli direttamente coinvolti nell’evento da raccontare, ma anche a coloro che siedono di fronte ad uno schermo televisivo, ai bambini che guardano, che ascoltano e leggono. 
Se è vero che gli effetti dei media sui bambini possono essere ricondotti non solo alla natura e alla qualità del messaggio trasmesso, ma anche alle caratteristiche di chi riceve il messaggio, sia personali che contestuali, quali l’età, il grado di sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale, i fattori di vulnerabilità alla psicopatologia, il contesto di vita quotidiano, la reazione genitoriale (Salmon, Briant, 2002), lo è altrettanto che i giornalisti impegnati nella trasmissione di notizie relative ad eventi di particolare drammaticità (come la scomparsa e la morte di un adolescente) devono interrogarsi sulla popolazione che siede di fronte allo schermo televisivo e riceve quel messaggio
 
Anche per questi motivi Telefono Azzurro richiama ad un maggior controllo dell’informazione.
Quando episodi di cronaca coinvolgono bambini e/o adolescenti a seguito di violenze e assassini, soprattutto se avvenuti all’interno del contesto familiare ed in considerazione della fragilità emotiva legata alla fase di crescita di bambini e adolescenti, i giornalisti dovrebbero diffondere le notizie con l’accortezza di non creare difficoltà, paure o traumi soprattutto nei bambini e negli adolescenti che verranno a conoscenza della notizia.
E’ infatti indispensabile che, soprattutto in fascia protetta, telegiornali e programmi di infotainment (informazione ed intrattenimento) gestiscano con particolare misura la scelta di immagini e parole. In particolare, la reiterazione, l’insistenza, l’utilizzo di espressioni ed immagini forti capaci di attirare l’attenzione dei telespettatori possono e devono essere controllate per tutelare bambini e adolescenti di fronte allo schermo televisivo.
 
Come emerge da una delle ultime indagini di Telefono Azzurro e Eurispes (2010) immagini forti, pur attirando l’attenzione dei telespettatori, non contribuiscono in misura maggiore alla comprensione delle notizie. Al contrario, alimentano paure infondate e incertezza. 
I quasi 3000 bambini intervistati nel 2010 e rappresentativi del territorio nazionale, infatti, facevano emergere una grave percezione di insicurezza. In particolare, i bambini dichiaravano di aver “spesso” paura di essere rapiti (22,6%), essere avvicinati da persone sconosciute (16,3%), essere coinvolti in attentati terroristici (16,2%).  
 

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Come i genitori utilizzano le nuove tecnologie?

Dato il divario generazionale (gap) nell’utilizzo delle nuove tecnologie, come emerge dalle Indagini Nazionali sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Telefono Azzurro e Eurispes 2011 e 2012, spesso i genitori non sono consapevoli di ciò che i figli fanno quando sono davanti al computer. I bambini e gli adolescenti, d’altro lato, sono spesso troppo autonomi e senza figure adulte che sappiano confrontarsi con loro rispetto ad un utilizzo sicuro e consapevole della rete.

1 bambino su 4 ha un computer privato cui non hanno accesso i genitori. Spesso il genitore non conosce neanche le password dei figli più piccoli. 
Le diverse possibilità che le nuove tecnologie offrono, però, hanno di contro la possibilità che i ragazzi vadano incontro a diversi rischi di cui, ancora troppo spesso, non ne conoscono le conseguenze.
 
Gli adolescenti godono di maggiore autonomia nella navigazione. Ma cosa incontrano in internet?
Un terzo dichiara di aver navigato in siti di immagini pornografiche; seguono i siti che incitano alla violenza o al razzismo; in percentuali più basse siti che esaltano l’anoressia o il suicidio. 
Altri hanno avuto problemi per aver diffuso online il proprio indirizzo di casa, il numero di carta di credito o immagini di se stessi nudi. Anche se agli occhi degli adulti questi comportamenti sono assolutamente inadeguati, spesso i ragazzi non sembrano in grado di valutarne i rischi preventivamente, prima di “trovarsi nei guai”

 

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